domenica 25 ottobre 2009

Blog: cambio di nome e di indirizzo

Dopo mesi e mesi di post, il numero di persone che mi faceva notare che il titolo del blog precedente, ossia “Un Nuovo Ordine” suonava male è diventato davvero troppo alto. In particolare in troppi mi dicevano che suonava troppo vicino a “Ordine Nuovo” per risultare allettante o attraente.

Dato che ho tante ambizioni, tranne quella di passare per fascista o neo-fascista, ho creato un nuovo blog, con un nuovo nome e un nuovo indirizzo, dove però ho riversato interamente la produzione precedente. Non che abbia smesso di desiderare un nuovo ordine per il mondo, le persone, le comunità. Un ordine rivoluzionato, equilibrato, tendenzialmente razionale, sicuramente l’opposto di quello vigente. Il mio desiderio persiste, ma l’espressione sintetica cambia: quel desiderio diventa una navigazione nelle acque del futuro. Per cercare di prevederlo, anzitutto, ma soprattutto per tentare di determinarlo, anche se nel piccolo centimetro quadrato della mia esistenza.

Tutti coloro che erano abituati a connettersi a all’indirizzo
http://unuovordine.blogspot.com/

lo sostituiscano nei preferiti e segnalibri con questo nuovo:
http://ilfuturnauta.blogspot.com/

 

Cambia solo il nome. Resta uguale lo stile. Soprattutto restano uguali i valori.

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martedì 20 ottobre 2009

Blog in manutenzione

LavoriInCorso

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lunedì 19 ottobre 2009

Marco Travaglio – Il randello catodico mafioso

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domenica 18 ottobre 2009

I tifosi per il Ferraris e la vergogna di essere genovese

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Ieri in serata, riportano i giornali, centinaia di tifosi genoani (gli organizzatori parlano di tremila persone, come se ci si dovesse vantare…) hanno manifestato in modo vibrante contro la proposta del Comune di dismettere lo stadio Luigi Ferraris e di costruirne uno nuovo in una zona diversa della città. “I sostenitori del Grifone”, dice La Repubblica, “si sono ritrovati in piazza della Vittoria e sono poi partiti in corteo per raggiungere lo stadio, dove assisteranno alla partita Genoa-Inter”.

"Garrone non Campi, Ferraris non si tocca"  gridavano i manifestanti, facendo riferimento alla proposta di spostare lo stadio nel quartiere di Campi. I tifosi hanno sparato petardi sorvegliati dalle forze dell'ordine. Ma un’avvisaglia della mobilitazione c’era stata già il giorno prima in concomitanza con la prima del Rigoletto al teatro Carlo Felice, dove alcuni tifosi hanno lanciato uova e urlato slogan contro il sindaco Marta Vincenzi.

Oltre che sui giornali, questa mobilitazione è finita anche sui TG regionali, e non poteva essere diversamente: se si tratta di Genoa o Sampdoria i notiziari, specie quelli locali, si buttano a pesce. Il calcio è una greppia dove tutti mangiano a quattro palmenti, perché popolare, garantisce grandi ascolti, quindi grandi introiti pubblicitari. Fare zapping sulle TV locali è sconfortante perché raramente si trovano programmi con oggetto differente da quello calcistico, in genere trattato in modo greve, qualche volta in modo scientifico (il che, parlando di uno sport, è forse ancora più grave), ma comunque monopolista nei palinsesti.

Dunque un po’ ovunque sulle stazioni genovesi ieri si parlava di questa imponente mobilitazione, descritta dai servizi giornalistici essenzialmente tramite le interviste. Sconfortanti. Quanto di meglio si possa ascoltare per potersi vergognare della propria cittadinanza. “Il Ferraris non si tocca… è un po’ come uno di famiglia…”, pensa te. “Chi non ha ricordi legati a questo stadio?”, chiede una signora. Io per esempio. Ci sarò stato tre-quattro volte, e sempre per annoiarmi. Il calcio non è lo sport di tutti, pur essendo amato dalla maggioranza degli italiani. Poi tra gli altri improvvisamente parla un signore di mezza età, forse uno degli illuminati della tifoseria: “mi oppongo perché c’è dietro una speculazione”. Ma va? Ben svegliato.

Ben tremila persone in piazza per protestare contro lo spostamento del “loro” stadio. Gente proveniente dalle parti più disparate della città considera “loro” un luogo condiviso perché lì ci gioca la squadra del cuore. E per questo si mobilitano. Per l’Acquasola dove, lì sì davvero, ogni genovese ha almeno un ricordo, non si alza un dito: d’altra parte lì il Genoa non ci ha mai giocato. E chissà quanti di quelli che manifestavano vivono nel Ponente, a Teglia, Bolzaneto, Murta. Lì la gente probabilmente verrà sfregiata da una cintura di cemento chiamata “gronda”. Non è un posto condiviso, è proprio casa loro, ma per quello non si muove una foglia, le masse protestanti non si vedono. Idem per l’area dell’ex mercato di Corso Sardegna. Speculazione ovunque, come al Ferraris, ma nessuno apre bocca, o perché vittima dell’approccio NIMBY, o semplicemente perché il calcio non c’entra.

Questo è ciò che accade quando a un gruppo di persone drogate viene a mancare o viene messa in discussione la dose. Il calcio, dato in pasto alla gente sotto ogni forma, onnipresente sulle TV a pagamento come su quelle pubbliche, è l’oppio attuale, è il modo per non far pensare ai problemi, e talvolta anche il motivo per sfogare le frustrazioni. Un’arma di distrazione di massa, come tale sfruttata e usata senza misura. Ed è anche, a quanto pare, l’unico e ultimo movente per la mobilitazione delle persone. Vedere questo spettacolo nella mia città, constatare che miei concittadini riescono a far sentire la propria voce solo fasciati da una sciarpa da tifoso e gridando idioti cori da stadio mentre il mondo, quello vero, e la nostra città anzitutto, vanno in rovina, be’ mi fa solo provare una grande vergogna di appartenere alla comunità dei genovesi.

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sabato 17 ottobre 2009

Elezioni regionali in Liguria: cominciamo da Bruxelles

euflagRicordo che molti anni fa, agli albori della mia vita professionale, mi sono occupato di affari regionali. Allora governava il centro-destra in Liguria, guidato da Biasotti. Come stagista, poi consulente, inserito nella rete della Camere di Commercio e, essendo alle dipendenze dirette di uno dei tre Scajola, venni coinvolto in diverse iniziative che dovevano avere una ricaduta sull’istituzione regionale. Un recente articolo de “Il fatto quotidiano”, mi ha fatto tornare in mente uno dei capitoli di quell’attività. L’articolo è di sabato scorso, a firma Monica Raucci, e si intitola: “Spese pazze in Europa”, sottotitolo significativo: “Le sedi delle Regioni a Bruxelles: edifici di lusso da milioni di euro per una manciata di dipendenti”.

Già il sottotitolo rappresenta con completezza la realtà che era emersa anche otto anni fa, e l’articolo completa l’opera disegnando un quadro sconfortante di scempio e sperpero del denaro pubblico per attività che, oltre ad essere inutili dal punto di vista politico e progettuale, non riescono nemmeno a creare un minimo di occupazione, formazione, professionalizzazione. Sulla Liguria si dice: “[…] a Rue de Luxembourg 15 c’è la sede ligure. Ovvero, 800 metri quadrati pagati 1.350 milioni di euro e occupati dalla Regione solo per metà. Dentro, di nuovo, i soliti quattro, anzi tre, gatti. Difficile, almeno in questi giorni, parlare con loro: al telefono risponde una segreteria che vi augura buona Pasqua”. Ribadisco che l’articolo è del 10 ottobre.

Che sia andata a finire così non mi meraviglia. Insieme agli uffici regionali seguii il processo che portò alla costituzione di “Casa Liguria”, la sede della Regione a Bruxelles citata dall’articolo de “Il fatto”, e niente, tranne la necessità “politica” di avere una sede a Bruxelles, era impostato in modo razionale ed economicamente sostenibile. Allora, come accade drammaticamente ancora oggi, si trattava di una scelta autoreferenziale, una di quelle cose che “bisogna fare”, per non essere diversi (leggi “inferiori”) alle altre regioni. E comunque, si diceva, è pur sempre un investimento immobiliare. Bene, allora tutto questo mi convinceva (ero giovane, chiedo comprensione…), oggi, a distanza di tempo, no. In assenza di un’esigenza vera, di una progettualità vera, con lo scopo solo di fare un investimento immobiliare, allora tanto valeva comprare un attivo a Manhattan o un gruppo di resort in qualche isola tropicale.

Le domande da fare allora erano: una sede della Regione a Bruxelles serve davvero? Da quale fabbisogno scaturisce la necessità di avere una sede (lussuosa) da quelle parti? La risposta sarebbe stata: i soldi vengono direttamente da là ormai, lo Stato non eroga più, quindi ci vuole qualcuno che segua gli interessi regionali “in loco”. Bene, dunque si tratta dell’intenzione di fare lobby. Una scelta saggia, sulla carta. Ma perché la sede lussuosa e la spesa di 1.350 milioni di euro? Un paio di uffici in affitto senza troppo sciato non andavano bene, visto che le attività di lobbying si fanno negli uffici dell’UE e non nel proprio? No, si diceva allora: serve che la sede sia anche di rappresentanza. Rappresentanza di che? Della Liguria? Una regione pressoché irrilevante all’interno di un’Europa fatta di decine di regioni di importanza strategica, economica, sociale, culturale, istituzionale gigantesca? Balle ovviamente: la sede di alto livello serviva per due aspetti, per giustificare il pavoneggiamento e la vuota grandeur politica dell’allora Presidente Biasotti (che non a caso promosse anche il cambio di sede, acquistando e stabilendosi il palazzo Fondiaria a De Ferrari, con la flebilissima opposizione della sinistra), e per una mera speculazione immobiliare.

Un punto chiave, quando si vuole fare lobby in sede europea, è la scelta del personale. Ricordo ancora oggi le lotte tra maggiorenti regionali a favore di questo o quel personaggio da collocare, con stipendio d’oro garantito dalla Regione Liguria (quindi dal contribuente). Non parlo di banali “raccomandazioni”, che valgono solo per gli sfigati. Nelle alte sfere si parla, più nobilmente, di “cooptazione”. Ossia: la persona appoggiata da gruppi di potere sufficientemente forti viene “assorbita” nel ruolo, con una scarsa, quando non nulla, considerazione della storia personale, del curriculum vitae, della credibilità, dell’idoneità reale al ruolo, coprendo magari il tutto con un finto concorso pubblico (che prende in giro tanti disoccupati competenti). E così a Casa Liguria ai tempi finirono un paio di personaggi rappresentanti due “correnti” politiche concorrenti, una direttamente collegata col centro-destra, una con liaison furbesche un po’ con tutti. A corollario: una larga schiera di stagisti laureati, il cui più sfigato era più adatto al ruolo dirigenziale di uno qualunque dei due prescelti. Che infatti cominciarono a litigare tra loro, come riflesso delle liti locali in Liguria.

Così Casa Liguria divenne la residenza del nulla. L’insostenibilità del business plan che ne giustificava (non si sa come) l’acquisto e l’apertura emerse dopo pochi mesi (strutture del genere hanno costi spropositati), costringendo la Regione a subaffittare, se non ricordo male, parte della struttura alle associazioni di categoria che ne avessero bisogno, magari per periodi circoscritti, per fare meeting, esposizioni o attività che con il lobbying non hanno nulla a che fare. Subaffitti spesso sottocosto, perché, si sa, nelle associazioni di categoria i politici hanno spesso un sacco di amici. Come sia finita e come abbia sopravvissuto fino ad oggi Casa Liguria non lo so: nel 2002 abbandonai quell’ambito di lavoro, e solo recentemente, grazie all’articolo de “Il fatto”, mi è tornata in mente quella realtà.

E dunque oggi, mentre sta per partire la campagna elettorale per le regionali, direi che si potrebbe incominciare con un po’ di domande da porre prima a Biasotti, che acquistò e progettò l’attività di Casa Liguria, poi a Burlando, che l’ha mantenuta aperta fino ad oggi. Domande che hanno a che fare con il denaro pubblico, quello che poi magari si dice che manca per il trasporto pubblico o per le spese sociali. Domande del tipo: quanto è costata Casa Liguria dalla sua apertura ad oggi, compresi i costi del personale e al netto di eventuali entrate (sponsorizzazioni, ecc.)? Qual è il suo costo annuo? In quanti milioni di euro si può valutare il risultato della sua attività presso l’UE, ossia quanto e come le attività di Casa Liguria hanno ammortizzato la spesa iniziale e le spese di gestione successive? Quanto è stato ed è pagato il personale dirigente di Casa Liguria, e con quale presenza in loco? Casa Liguria ha portato occupazione, come si diceva in occasione della sua apertura, ovvero quanti degli stagisti sfruttati a titolo pressoché gratuito presso quella sede istituzionale ha poi avuto accesso a un lavoro a tempo indeterminato in Casa Liguria stessa o altrove in ambito europeo? Come sono stati selezionati i profili professionali incaricati negli anni di dirigere o portare avanti le attività di Casa Liguria? Qualcuno nelle istituzioni e negli uffici comunitari conosce qualcuno dei funzionari di Casa Liguria? Ma soprattutto, perché mostrare in modo così sfacciato il degrado dell’amministrazione pubblica (regionale in questo caso)  lasciando a ottobre una segreteria che fa ancora gli auguri di Pasqua?

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giovedì 15 ottobre 2009

Serrato in meeting fino a sabato…

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mercoledì 14 ottobre 2009

Anche la Sindaco nel suo piccolo s’incazza – di Don Paolo Farinella, prete

far_jpg[1]La Sindaco si sente accerchiata? Cominci a trovare una sede al Suq 
Pubblicato su la Repubblica - Il Lavoro dell’11 ottobre 2009, p. XIX

Martedì 6 ottobre mattina, uscendo da palazzo Tursi,  dove fui convocato dalla Sindaco, ho  pensato istintivamente al piccolo libretto goliardico di Gino & Michele “Anche le formiche nel loro piccolo, s’incazzano”, edito da Einaudi nel 1991. Eh, sì! Le formiche fanno scuola. Dopo l’uscita (domenica 4/10) su questo giornale del pezzo sul Suq e Loggia di Banchi, la Sindaco mi invita a Palazzo. Sono presenti la Sindaco; gli assessori Daneri, Margini, Vassallo; l’ingegnere Tizzoni della segreteria; Carla Peirolero e Davide Stasi per il Suq. Ho pensato di essere fuori posto, perché si trattava di una riunione tecnica. Sono solo un cittadino che esprime un’opinione che ha un certo seguito in città e anche fuori. L’incontro è stato il contenitore per lo sfogo della Sindaco, “stanca di essere attaccata” e sospettando una manovra alle sue spalle.

L’intervento della Sindaco, emotivo e teso, nonostante lo sforzo di autocontrollo, psicologicamente, è stato un segno di debolezza, perché si è difesa con la testimonianza autorevole degli assessori e della segreteria tecnica, mentre noi invitati eravamo solo spettatori, chiamati a prendere atto di quello che il Comune ha fatto e fa. A mia richiesta, la Sindaco ha detto di avermi convocato perché “ci tengo al tuo parere” e voleva aggiornarmi sulla situazione della Loggia di Banchi, illustrando quello che c’è dietro.

Alcuni locali asserviti alla Loggia, di proprietà dell’Ente Galliera che li aveva cartolarizzati, costringendo il Comune ad acquistarli. Urgono interventi costosi di ristrutturazione e il Comune deve mettere l’immobile a gara, tenendo presente che è stato chiesto espressamente dalla società di gastronomia “Eataly” che lo risanerebbe a sue spese e ne farebbe un luogo prestigioso di rappresentanza, a costo zero per il Comune. Tutto ciò premesso, il Suq deve essere trasferito ad altro luogo che ad oggi non è stato ancora individuato.

Ringrazio la Sindaco per l’attenzione che dimostra su quello che scrivo su la Repubblica-Il Lavoro, segno che il palazzo è attento alle voci critiche e anche impietose della libera stampa. E’ anche un onore per la Repubblica-Il Lavoro coerente con il suo dovere. Il sabato precedente, a Roma, si era svolta una manifestazione a difesa della libera stampa perché non sia asservita al potere di turno, per nessun motivo, ma sia esclusivamente il cane da guardia che azzanna il potere per stanarlo e farlo venire alla luce. Con l’incontro di martedì, ci siamo riusciti.

            La Sindaco non doveva convocarmi insieme agli assessori, perché così ha dato ufficialità al suo disappunto che posso comprendere, ma non mi commuove per nulla; se si sente “attaccata” si domandi perché e cerchi nella sua amministrazione la risposta. Non deve giustificarsi e dire quello che ha fatto, ma serve dire quello che si vuole essere, progettando il futuro di una città moribonda. La gente che vive il centro storico e i turisti che attraversano la desolazione di una città smarrita, si domandano quale sia la “mission”, il progetto compatibile nei prossimi decenni e come la politica (regione, provincia e comune) la sta gestendo, se l’ha individuata. Burlando è proiettato su se stesso (elezioni), la provincia è marginale e la Sindaco si sente accerchiata? Dall’ottica del marciapiede noi vediamo che il Suq, fiore all’occhiello di valenza internazionale (il  ministero degli esteri si è affettato a concedere il patrocinio), non ha sede e “Genova informa” di piazza Matteotti è in liquidazione di chiusura. La città vuole essere informata, con umiltà e con sistematicità, instaurando un circuito virtuoso di comunicazioni tra palazzo e cittadini, altrimenti l’accerchiamento diventerà una morsa di fuoco. Oggi dobbiamo conoscere la Genova che si proietta nel terzo millennio e non vogliamo che annaspi in un uno stagno senz’acqua. Non la invidio, Signora Sindaco!

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martedì 13 ottobre 2009

Cinquecentodiciassette anni di contraddizioni e una speranza

cristoforo_colomboIeri ricorreva il 517 anno dalla scoperta dell'America, ad opera del nostro insigne cittadino Cristoforo Colombo. Inutile perdersi nelle diatribe sulla sua vera cittadinanza, sulle contraddizioni della sua vita, o se sia stata o
meno una fortuna la sua scoperta. Dicendo che ha "scoperto l'America" tendiamo a pensare agli USA come li conosciamo oggi, che nel continente americano sono i rappresentanti più significativi e influenti. Ed è proprio
la nascita degli Stati Uniti, e il loro sviluppo come potenza mondiale che risulta interessante, sia a livello storico, sia come modello politico. Si tratta di un fenomeno unico per come si è formato e sviluppato nel corso del tempo.

Basti pensare che gli USA sono il frutto della deportazione di "indesiderati" dalla Gran Bretagna. Indesiderati per motivi religiosi essenzialmente, da allontanare e insediare nelle colonie selvagge d'oltreoceano. Insieme ai
dissidenti religiosi c'erano tanti avanzi di galera, sbandati, persone poco raccomandabili in genere. E forse proprio per questa loro origine i padri della patria americana fondarono la loro nazione, tra gli altri, sul principio della più totale e incontestabile libertà di espressione e pratica religiosa. A New York si possono trovare piccole chiese dove si svolgono riti originali, magari derivati dal cristianesimo, ma modificati con una fusione di elementi pagani, tribali o altro. Ciò che nasce dalla persecuzione tende naturalmente ad affermare come elemento fondativo quella libertà che la persecuzione impediva.

E' forse questa la chiave del successo degli USA e della loro giovanissima Costituzione, impregnata di principi libertari? Qualcuno aggiunge anche il
favore di una terra ubertosa, ricchissima, ampia, pressoché non sfruttata, ostile inizialmente ma presto domata a messa a frutto. Facile, dicono in
molti, prosperare con una disponibilità simile di territorio, materie prime e ricchezze. Facile farlo quando gli abitanti originari oppongono, seppur
strenuamente e con grandissima fierezza, frecce di legno e mazze di pietra alle pistole e ai fucili dei conquistatori.

Altri ancora dicono che la vera propulsione allo sviluppo e alla prosperità americana fu data dalla grande quantità di manodopera umana gratuita
importata dagli Stati Uniti, e sfruttata senza pietà fino alla sua abolizione nel 1863, nel corso di una guerra in cui anche l'utilizzo della schiavitù sembrava essere una concausa. Ancora fattori economici: eccellenti socio-politologi come Max Weber imputano il successo del modello americano
alla preponderanza della cultura e dell'approccio protestante, votato al successo, alla competitività, alla ricerca della "Grazia" su questa terra
tramite la testimonianza del successo mondano. La diffusione di questi principi, legati essenzialmente al calvinismo, avrebbero impostato l'amalgama degli Stati Uniti verso un modello di sicuro successo.

In effetti dobbiamo al nostro concittadino il merito (o la colpa... lo scopriremo, un giorno) di aver dato l'avvio a un processo unico nella storia, alla creazione di una nazione dove tutto è estremo, dai conflitti tra realtà che tentano di integrarsi, ai successi quando questa integrazione avviene. Dove le opportunità di portano ai massimi livelli, ma posso anche annientarti. Parliamo della patria di Walt Disney, ma anche di Charles Manson. La terra della supremazia assoluta della Costituzione, ma anche della pena di morte diffusa, sempre troppo diffusa per poter chiamare in modo definitivo "civile" un paese come gli Stati Uniti. Parliamo dello Stato che ha liberato il mondo dal giogo nazifascista, ma che ha contribuito alla
proliferazione delle armi nucleari, ha portato morte e devastazione in Corea, Vietnam, Kuwait, Iraq, Afghanistan, per non parlare degli innumerevoli colpi di Stato in tutto il mondo.

Sulla bilancia che tenta di pesare il valore di questa scoperta di Cristoforo Colombo si trova di tutto. Tutto per condannare questo paese all'indegnità, e altrettanto per elevarlo al rango di modello internazionale. Ciò che stupisce, da sempre, è la capacità di risorgere dal fango in cui tende in modo quasi istintivo a gettarsi. L'ultimo esempio, lampante e recente: l'orrore a l'abisso delle due presidenze Bush e della loro elezione, in aperta violazione delle leggi elettorali. E di seguito l'apice di un Presidente nero, eletto dal basso, a partire dalla Rete, Nobel per la pace a un anno dalla sua elezione. Un Nobel al futuro, come è stato detto. Una speranza per altri 517 anni, stavolta diversi.

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