Ricordo che molti anni fa, agli albori della mia vita professionale, mi sono occupato di affari regionali. Allora governava il centro-destra in Liguria, guidato da Biasotti. Come stagista, poi consulente, inserito nella rete della Camere di Commercio e, essendo alle dipendenze dirette di uno dei tre Scajola, venni coinvolto in diverse iniziative che dovevano avere una ricaduta sull’istituzione regionale. Un recente articolo de “Il fatto quotidiano”, mi ha fatto tornare in mente uno dei capitoli di quell’attività. L’articolo è di sabato scorso, a firma Monica Raucci, e si intitola: “Spese pazze in Europa”, sottotitolo significativo: “Le sedi delle Regioni a Bruxelles: edifici di lusso da milioni di euro per una manciata di dipendenti”.
Già il sottotitolo rappresenta con completezza la realtà che era emersa anche otto anni fa, e l’articolo completa l’opera disegnando un quadro sconfortante di scempio e sperpero del denaro pubblico per attività che, oltre ad essere inutili dal punto di vista politico e progettuale, non riescono nemmeno a creare un minimo di occupazione, formazione, professionalizzazione. Sulla Liguria si dice: “[…] a Rue de Luxembourg 15 c’è la sede ligure. Ovvero, 800 metri quadrati pagati 1.350 milioni di euro e occupati dalla Regione solo per metà. Dentro, di nuovo, i soliti quattro, anzi tre, gatti. Difficile, almeno in questi giorni, parlare con loro: al telefono risponde una segreteria che vi augura buona Pasqua”. Ribadisco che l’articolo è del 10 ottobre.
Che sia andata a finire così non mi meraviglia. Insieme agli uffici regionali seguii il processo che portò alla costituzione di “Casa Liguria”, la sede della Regione a Bruxelles citata dall’articolo de “Il fatto”, e niente, tranne la necessità “politica” di avere una sede a Bruxelles, era impostato in modo razionale ed economicamente sostenibile. Allora, come accade drammaticamente ancora oggi, si trattava di una scelta autoreferenziale, una di quelle cose che “bisogna fare”, per non essere diversi (leggi “inferiori”) alle altre regioni. E comunque, si diceva, è pur sempre un investimento immobiliare. Bene, allora tutto questo mi convinceva (ero giovane, chiedo comprensione…), oggi, a distanza di tempo, no. In assenza di un’esigenza vera, di una progettualità vera, con lo scopo solo di fare un investimento immobiliare, allora tanto valeva comprare un attivo a Manhattan o un gruppo di resort in qualche isola tropicale.
Le domande da fare allora erano: una sede della Regione a Bruxelles serve davvero? Da quale fabbisogno scaturisce la necessità di avere una sede (lussuosa) da quelle parti? La risposta sarebbe stata: i soldi vengono direttamente da là ormai, lo Stato non eroga più, quindi ci vuole qualcuno che segua gli interessi regionali “in loco”. Bene, dunque si tratta dell’intenzione di fare lobby. Una scelta saggia, sulla carta. Ma perché la sede lussuosa e la spesa di 1.350 milioni di euro? Un paio di uffici in affitto senza troppo sciato non andavano bene, visto che le attività di lobbying si fanno negli uffici dell’UE e non nel proprio? No, si diceva allora: serve che la sede sia anche di rappresentanza. Rappresentanza di che? Della Liguria? Una regione pressoché irrilevante all’interno di un’Europa fatta di decine di regioni di importanza strategica, economica, sociale, culturale, istituzionale gigantesca? Balle ovviamente: la sede di alto livello serviva per due aspetti, per giustificare il pavoneggiamento e la vuota grandeur politica dell’allora Presidente Biasotti (che non a caso promosse anche il cambio di sede, acquistando e stabilendosi il palazzo Fondiaria a De Ferrari, con la flebilissima opposizione della sinistra), e per una mera speculazione immobiliare.
Un punto chiave, quando si vuole fare lobby in sede europea, è la scelta del personale. Ricordo ancora oggi le lotte tra maggiorenti regionali a favore di questo o quel personaggio da collocare, con stipendio d’oro garantito dalla Regione Liguria (quindi dal contribuente). Non parlo di banali “raccomandazioni”, che valgono solo per gli sfigati. Nelle alte sfere si parla, più nobilmente, di “cooptazione”. Ossia: la persona appoggiata da gruppi di potere sufficientemente forti viene “assorbita” nel ruolo, con una scarsa, quando non nulla, considerazione della storia personale, del curriculum vitae, della credibilità, dell’idoneità reale al ruolo, coprendo magari il tutto con un finto concorso pubblico (che prende in giro tanti disoccupati competenti). E così a Casa Liguria ai tempi finirono un paio di personaggi rappresentanti due “correnti” politiche concorrenti, una direttamente collegata col centro-destra, una con liaison furbesche un po’ con tutti. A corollario: una larga schiera di stagisti laureati, il cui più sfigato era più adatto al ruolo dirigenziale di uno qualunque dei due prescelti. Che infatti cominciarono a litigare tra loro, come riflesso delle liti locali in Liguria.
Così Casa Liguria divenne la residenza del nulla. L’insostenibilità del business plan che ne giustificava (non si sa come) l’acquisto e l’apertura emerse dopo pochi mesi (strutture del genere hanno costi spropositati), costringendo la Regione a subaffittare, se non ricordo male, parte della struttura alle associazioni di categoria che ne avessero bisogno, magari per periodi circoscritti, per fare meeting, esposizioni o attività che con il lobbying non hanno nulla a che fare. Subaffitti spesso sottocosto, perché, si sa, nelle associazioni di categoria i politici hanno spesso un sacco di amici. Come sia finita e come abbia sopravvissuto fino ad oggi Casa Liguria non lo so: nel 2002 abbandonai quell’ambito di lavoro, e solo recentemente, grazie all’articolo de “Il fatto”, mi è tornata in mente quella realtà.
E dunque oggi, mentre sta per partire la campagna elettorale per le regionali, direi che si potrebbe incominciare con un po’ di domande da porre prima a Biasotti, che acquistò e progettò l’attività di Casa Liguria, poi a Burlando, che l’ha mantenuta aperta fino ad oggi. Domande che hanno a che fare con il denaro pubblico, quello che poi magari si dice che manca per il trasporto pubblico o per le spese sociali. Domande del tipo: quanto è costata Casa Liguria dalla sua apertura ad oggi, compresi i costi del personale e al netto di eventuali entrate (sponsorizzazioni, ecc.)? Qual è il suo costo annuo? In quanti milioni di euro si può valutare il risultato della sua attività presso l’UE, ossia quanto e come le attività di Casa Liguria hanno ammortizzato la spesa iniziale e le spese di gestione successive? Quanto è stato ed è pagato il personale dirigente di Casa Liguria, e con quale presenza in loco? Casa Liguria ha portato occupazione, come si diceva in occasione della sua apertura, ovvero quanti degli stagisti sfruttati a titolo pressoché gratuito presso quella sede istituzionale ha poi avuto accesso a un lavoro a tempo indeterminato in Casa Liguria stessa o altrove in ambito europeo? Come sono stati selezionati i profili professionali incaricati negli anni di dirigere o portare avanti le attività di Casa Liguria? Qualcuno nelle istituzioni e negli uffici comunitari conosce qualcuno dei funzionari di Casa Liguria? Ma soprattutto, perché mostrare in modo così sfacciato il degrado dell’amministrazione pubblica (regionale in questo caso) lasciando a ottobre una segreteria che fa ancora gli auguri di Pasqua?
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